Giuseppe è un lavoratore edile cilentano che ha scritto al segretario nazionale e a quello regionale della Filca Cisl, sindacato delle costruzioni, mentre sta vivendo la crisi dovuta alla sospensione delle attività nell’emergenza Covid-19.

“L’italiano non lavora, – esordisce – fatica ad uscire fuori da questa piaga che ha colpito tutti (Coronavirus) però tutti ci  fermiamo a festeggiare il valore più importane: la libertà, il 25 aprile è una data importante, un giorno che merita di essere festeggiato, un giorno in cui si portano i fiori alle Fosse Ardeatine. Insomma un giorno diverso dagli altri, in cui si ricorda e non si smette di ringraziare chi ha combattuto per la nostra libertà”.

Giuseppe si rivolge così al segretario della Filca Cisl Ottavio De Luca:”Chi le scrive è un semplice lavoratore che vive nella provincia di Salerno, sono cosciente che si sta combattendo un nemico forte e violento come il Coronavirus. Io sono uno dei tanti lavoratori edili che lavora in tanti dei cantieri aperti in tutta Italia, nonostante il pericolo rappresentato dal diffondersi del Coronavirus, a casa non ci possono stare, non ho una situazione economica o un lavoro che mi permette di stare protetto e sicuro tra le mura domestiche. Nel mio grido disperato continuo a chiedere aiuto perché mi sento abbandonato nella mia durissima quotidianità. Non so che cosa vuol dire lavorare con la mascherina per otto ore ed oltre. La mia giornata è formata da pensieri brutti, concentrazione bassa e guardo i colleghi con gli occhi lucidi. Non so che cosa vuol dire paura. Di infettarsi e di infettare“.

Nei cantieri ci sono vere e proprie scene d’isteria collettiva – continua – . Il nostro è un mestiere in cui si lavora gomito a gomito o meglio ancora cucchiaia cucchiaia, e negli ultimi giorni ho rischiato più di una rissa perché c’era chi non voleva farsi neanche sfiorare. I colleghi hanno paura, ma temono ancor più di perdere il lavoro. In sostanza, siamo fra l’incudine e il martello. Sì, abbiamo guanti e mascherine, una tuta di carta. Io mi pongo una domanda, ma siamo sicuri che siano davvero sufficienti a proteggerci? Chi mi assicura che io non infetti i miei familiari? Quando torno a casa e dopo aver incrociato tante ambulanze e tanti posti di blocco, col rischio che mi fermano in quel momento, so che se trovo uno rigido al dovere per me è finita. La cosa brutta che quando arrivo a casa so che non posso abbracciare i miei figli piccoli, che vogliono un abbraccio. Io eviterei volentieri di uscire di casa. Perché ho il terrore di poterli infettare, perché non abbiamo reali tutele. Ma la paura di rifiutarmi di non andare a lavorare può avere delle ripercussioni sul mio contratto di lavoro. Qualcuno mi darà dell’incosciente, qualcun altro mi dirà che sono un eroe. Fatto sta che io sono qua, fra la paura di perdere il lavoro e quella di contrarre il virus, a lavoro come ogni altro giorno”.

Giuseppe, come tanti colleghi, chiede “maggiore tutela e di obbligare tutti a chiudere, perché il contagio avviene anche in cantiere. Aiutateci a esser più sereni a casa con i nostri cari. Inoltre voglio illudermi che il genio italiano non è solo estro, invenzione, fantasia, ma tenuta, lungimiranza, perseveranza. Questo è il momento di dimostrare che il genio italiano non si esprime solo in cose fatte dai nostri avi, tanto tempo fa, ma sa costruire ed uscirsene da questa calamità che ci ha assalito oggi. Ricordo che un vecchio detto dice ‘la felicità più grande per un lavoratore edile non sta nel non cadere mai, ma nel risollevarsi sempre dopo una caduta’ e nel nostro settore cadute ne prendiamo tante che nemmeno voi riuscite ad immaginare“.

– Chiara Di Miele –

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