La Certosa di Padula, considerata la più grande in Italia e la prima costruita in Campania nel 1306, grazie all’aiuto economico di Tommaso Sanseverino, signore di Teggiano, rappresenta un luogo affascinante e ricco di storia che nasconde bellezze ma anche straordinarie curiosità. Un luogo di meditazione e non solo, che durante le due guerre mondiali è stato anche campo di prigionia e dal 1923 al 1960 è stato sede di un orfanotrofio che ha ospitato 1000 orfani. Una storia tra le tante registrate, nel tempo, presso la Certosa di San Lorenzo di cui, ancora oggi, se ne respira il ricordo. Ogni mese, infatti, e precisamente nella prima domenica di ogni mese, la cella n° 6 ospita il fondatore del “Museo dei ricordi”, Vito Lapolla, uno dei tanti orfani che ha passato la sua infanzia nelle mura certosine di Padula, eletto presidente del Comitato dei certosini di Padula.

Dal 2013, infatti, proprio a seguito delle iniziative intraprese da alcuni ex orfani, che hanno raccolto foto, testimonianze e ricordi, è stata arredata ed aperta al pubblico la cella, a ricordo degli orfani ospitati. “Fino a quando Iddio mi darà la forza di vivere, testimonierò al mondo la nostra condizione di orfani, vissuta tra queste mura” riferisce Vito Lapolla, 80 anni, originario di Potenza ed ora residente a Villapiana di Cosenza, dopo aver trascorso tutta la sua vita in Lombardia.

Vito viene accolto all’orfanatrofio di Padula all’età di 10 anni, assieme ad altri suoi tre fratelli. “Ricordo ancora quel giorno che sono arrivato a Padula come fosse oggi – continua Lapolla – Avevo una fame da morire. Mi accolse don Sabatino Di Stefano che, intuendo la mia situazione, mi fece dare una mela ed una fetta di pane”.

Tutti gli orfani venivano accolti a Padula da due religiosi, Giovanni Semeria e Giovanni Minozzi. La vita nell’orfanotrofio era regolata da ritmi abbastanza rigidi, con sveglia al mattino alle 6.30 e con la fame a fare loro da compagna per buona parte della giornata. “Il cibo scarseggiava e molto spesso – continua Vito Lapolla – scavalcavamo il muro della Certosa ed andavamo a rubare dei frutti nei campi limitrofi”.

Insegnanti severi, bacchettate sulle mani e ceci sotto le ginocchia: questa era la vita scolastica che vivevano gli orfani, che poi nel pomeriggio dovevano anche svolgere delle attività di laboratorio presso l’officina meccanica, la falegnameria, la sartoria e la calzoleria. Ovviamente trovandosi in un monastero, essi erano costretti a seguire tutte le messe organizzate dai certosini. “Però eravamo tutti bravi a giocare a pallone ed una volta– continua ancora Lapolla – grazie al Presidente Corcione, originario di Padula, abbiamo ricevuto anche la visita dei giocatori del Napoli”.

Testimonianze, quelle che Vito Lapolla riferisce ai turisti che si recano in Certosa, che raccontano la vita di migliaia di orfani che, grazie proprio all’accoglienza ed all’opera svolta da Padri del calibro di Giovanni Semeria, hanno potuto riscattarsi, garantendosi una vita certamente migliore rispetto a quella che il destino aveva loro riservato.

Dopo la morte dei nostri genitori, -conclude Lapolla – a Padula abbiamo incontrato la solidarietà, l’amore e la speranza che ci hanno consentito di poter imboccare la nostra strada con coraggio e determinazione. Padula, per tutti noi che abbiamo vissuto l’esperienza dell’orfanatrofio, rimarrà per sempre nei nostri cuori”.

 

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