Il Gip scarcera Massimo Petrullo di Polla che, così, passa ai domiciliari. Era stato arrestato lo scorso 12 aprile nell’ambito dell’operazione “Febbre dell’oro nero” condotta dai Comandi Provinciali dei Carabinieri e della Guardia di Finanza di Salerno e dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Taranto, su delega delle DDA di Potenza e Lecce impegnate in un’indagine congiunta che si è conclusa con l’esecuzione di due ordinanze applicative di 45 misure cautelari personali nei confronti di altrettanti indagati per associazione a delinquere finalizzata alla commissione di frodi in materia di accise ed IVA sugli olii minerali, intestazione fittizia di beni e società, riciclaggio, autoriciclaggio e impiego di denaro di provenienza illecita. L’inchiesta ha fatto emergere distinte ma collegate organizzazioni criminali operanti anche nel Vallo di Diano e nella provincia di Taranto e riconducibili al clan dei Casalesi e ai clan tarantini, il cui business si basava sul contrabbando di idrocarburi che ha causato allo Stato danni economici per decine di milioni di euro.

Massimo Petrullo è difeso dagli avvocati Nuccio Amodeo e Vincenzo Morriello i quali hanno presentato al giudice istanza di scarcerazione del loro assistito, ottenendola.

L’indagine avviata su iniziativa della DDA di Potenza alla fine del 2018 è partita da una delega ai Carabinieri della Compagnia di Sala Consilina e al Nucleo Investigativo di Salerno e alla Guardia di Finanza di Salerno di procedere ad un’analisi ad ampio spettro sul territorio per individuare operatori commerciali che facevano da terminale occulto per il reinvestimento di capitali illeciti da parte di sodalizi criminali esogeni. L’attenzione si era subito concentrata sulla posizione della Carburanti Petrullo s.r.l. di San Rufo  e sulle società di carburanti del Gruppo Petrullo che, per la dinamica delle loro dimensioni, struttura, relazioni e comportamenti, palesavano una serie di incongruità, tra cui l’inspiegabile aumento esponenziale dei fatturati e degli investimenti nel giro di pochi anni. Dalle indagini è emerso che il boom economico della ditta Petrullo coincideva con l’ingresso nelle compagini societarie, in qualità di soci e gestori di fatto, dei componenti della famiglia Diana di San Cipriano d’Aversa che avevano investito nell’impresa, in forma occulta, capitali provenienti con ragionevole certezza e comunque a livello di gravità indiziaria da pregresse attività illecite, specie nel settore del traffico di rifiuti, attività di rilevantissime dimensioni (“Operazione Re Mida”) in relazione alle quali era stata contestata, a suo tempo, dalla Procura di Napoli, a Raffaele Diana (anch’egli arrestato nell’operazione “Febbre dell’oro nero”) l’aggravante della finalità agevolatrice del clan dei Casalesi.

Per quanto attiene al filone d’inchiesta sul versante pugliese, si è accertato come i tarantini si alleassero con l’altro gruppo operante nel Vallo di Diano nel settore dei carburanti sviluppando in modo coordinato attività contrabbandiere e, attraverso i guadagni, rilevantissimi investimenti e attività di riciclaggio. L’accusa è quella di aver venduto ingenti quantità di carburante per uso agricolo, che beneficia di particolari agevolazioni fiscali, a soggetti che poi lo immettevano nel normale mercato per autotrazione, spesso utilizzando le “pompe bianche”.

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