Enzo Mattina, già eurodeputato,  ex segretario nazionale del PSI nel dopo-Craxi, è stato Segretario Generale dell’Unione Italiana Lavoratori metalmeccanici (UILM) e della Federazione nazionale dei Lavoratori Metalmeccanici (FLM) dal 1971 al 1981.

Giusto per rinfrescare la memoria, è bene rammentare che fu la Seconda Internazionale socialista riunita a Parigi nel 1889 a volere il 1° maggio come giornata internazionale dei lavoratori. Alle spalle di quella decisione vi erano le mobilitazioni operaie in varie città degli USA per il miglioramento delle condizioni di lavoro, che si protrassero dal 1866 al 1887 con scontri durissimi e reazioni poliziesche che non risparmiarono cariche e sparatorie sui dimostranti, arresti e finanche impiccagioni.

Di tempo ne è trascorso da allora e, nel suo scorrere, ci sono i passaggi drammatici e anche quelli incancellabili di conquiste sociali, economiche, culturali e politiche.

Quest’anno il 1° maggio cade nel pieno di una situazione di dolore e di stallo, con una prospettiva dinanzi incerta come non mai. Siamo coinvolti in una pandemia che mette a rischio il futuro di ciascuno; vero è che, raggiunta l’amara certezza di dover subire limitazioni alle nostre libertà e più in generale ai nostri comportamenti abituali, non dovremmo farci prendere dall’ansia per ragionare, invece, con coraggio su progetti di maggior respiro in ordine alle trasformazioni che già si intravedono o che si possono intuire.

Non è materia solo di esperti, bensì anche della gente comune; non è riferibile a un solo campo, ma a una serie di campi integrabili o contrapponibili tra di loro. Innanzitutto, dobbiamo rimettere in piedi il sistema di sicurezza universale (il cosiddetto welfare) conquistato con dure lotte nell’arco di decenni e brutalmente depotenziato negli ultimi decenni, quando il paradigma economico è diventato prevalente su quello sociale e politico.

Sui rapporti di lavoro si apre il nodo della loro tenuta quantitativa e forse ancor più qualitativa. Alla prima si può porre rimedio solo con un nuovo disegno programmatico che, ispirato ai principi della sostenibilità ambientale, sia volto a un rinnovamento totale delle tecnologie dei materiali, a una nuova filosofia di durata e non di caducità dei beni, a un rinnovamento totale della logistica di uomini e cose; il tutto con l’obiettivo di salvaguardare i beni che abbiamo (penso alla rete dei nostri 7/8000 comuni italiani) e alla possibilità di integrarli, avvicinarli e bloccare la desertificazione in atto.

Sui contenuti dei rapporti di lavoro dobbiamo imboccare la strada nuova di un sostegno scolastico/professionale totale a ogni individuo dal primo all’ultimo giorno di vita. Se pensiamo con quanta efficacia abbia funzionato la leva militare per circa un paio di secoli, mi chiedo perché non si possa dar vita a una leva civile che segua ogni individuo, maschio o femmina che sia, per  tutto il corso della vita, orientandolo e sostenendolo nelle scelte di studio, controllandone le condizioni di salute, seguendolo nelle esperienze di lavoro. Insomma o affidiamo il nostro destino a veri o presunti demiurghi o lo prendiamo nelle nostre mani, imperniandolo sulla rivalorizzazione di due soggetti istituzionali fondamentali: la scuola di ogni ordine e grado e le migliaia dei nostri comuni minori, arrivando a bloccare i fenomeni di conurbazione, che avevano un senso negli ultimi secoli del millennio scorso, mentre possono tranquillamente essere accantonati oggi.

I miei sono solo accenni a possibili aree di riflessione. Mi sono azzardato a proporli, perché trovo abbastanza singolare che tutti spieghino che dopo il coronavirus niente tornerà come prima, ma colgo una pigrizia totale a immaginare il nuovo che ci troveremo dinanzi. Per me quel tutto nuovo deve essere costruito dai comuni cittadini, certo con il contributo di studiosi di varie discipline, e con una nuova elite (proprio una nuova elite) politica che possegga i requisiti per svolgere una funzione di rappresentanza collettiva.

– Enzo Mattina –

 

 

 

 

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