
La guerra in Iran e le tensioni nello stretto di Hormuz hanno provocato in pochi giorni l’aumento del prezzo del carburante che va ad incidere anche sul comparto pesca, am l’impressione è che si speculichi sul disagio provaoctao dalla guerra.
Sulle criticità è intervenuta l’associazione di categoria Coldiretti Pesca lamentando “un balzo troppo netto per essere direttamente collegato alla guerra in Iran e alle tensioni nello stretto di Hormuz. C’è il rischio di spingere i pescherecci a restare nei porti”.
“Dopo che le quotazioni sono aumentate fino al 60% le flotte marinare lungo la Penisola sono state costrette a navigare in perdita o a tagliare le uscite favorendo così le importazioni di pesce straniero – ha spiegato Coldiretti Pesca -. Il timore è che dietro aumenti record così immediati ci possano essere delle manovre speculative, contro le quali è necessario un intervento delle istituzioni per evitare un vero e proprio collasso delle attività di pesca”.
Oltre la metà dei costi che le aziende ittiche devono sostenere è rappresentata proprio dal carburante. “Con le quotazioni attuali la maggior parte delle imprese – ha chiarito Coldiretti Pesca – non riesce a coprire nemmeno i costi energetici oltre alle altre voci che gli armatori devono sostenere per la normale attività. Senza adeguate ed urgenti misure per calmierare il costo del carburante le imbarcazioni saranno dunque costrette a pescare in perdita se non addirittura a restare in banchina con gravi ripercussioni sulla filiera e sull’occupazione per un settore che conta complessivamente 12mila imprese e 28mila lavoratori, con un vasto indotto collegato”.


