La scorsa notte, su disposizione della Direzione Distrettuale Antimafia di Potenza, la Sezione Criminalità Organizzata della locale Squadra Mobile ha dato esecuzione all’ordinanza applicativa di 15 misure cautelari personali emesse dal Gip del capoluogo lucano nell’ambito di una nuova attività d’indagine condotta sul Clan Riviezzi di Pignola, in ordine ai reati di associazione mafiosa, estorsione tentata e consumata aggravata dall’agevolazione e dal metodo mafioso, detenzione e porto illegale di arma da fuoco, violazione degli obblighi inerenti la sorveglianza speciale, false informazioni al Pubblico Ministero aggravate.

Sono state applicate 8 misure di custodia cautelare in carcere nei confronti di Francesco Michele Riviezzi, Vito Riviezzi, Domenico Lamaina, Maurizio Pesce, Massimo Aldo Cassotta, Felice Balsamo e Francesco Faraone e 7 arresti domiciliari nei confronti di Rocco Nolè, Marco Triumbari, Pierangelo Piegaiu, Nicola Romano, Giovambattista Moscarelli, Adriane Pasoiu e Pompilio Pasoiu.

Le misure restrittive sono state adottate all’esito di una serie di sviluppi investigativi svolti dalla Squadra Mobile con il coordinamento della DDA a margine di una precedente attività che ha riguardato il sodalizio e che portò, ad aprile dello scorso anno, all’applicazione di 17 misure cautelari personali e di due sequestri preventivi, uno dei quali relativo alla società che gestiva il bar caffetteria presso il Palazzo di Giustizia di Potenza per i delitti di associazione mafiosa ed altro.

Le indagini, avviate sulla base dell’analisi forense dei cellulari sequestrati in quella circostanza e sviluppate anche attraverso serrati interrogatori di un collaboratore di giustizia, intercettazioni, acquisizione di tabulati telefonici ed escussione a sommarie informazioni di numerose persone, hanno consentito di acquisire gravi indizi nei confronti di persone collegate al sodalizio pignolese nel settore delle estorsioni, in parte già emerso nella precedente operazione, che rappresenta uno degli elementi sintomatici della capacità d’intimidazione e controllo del territorio da parte di un’associazione di tipo mafioso. Più precisamente, gli approfondimenti investigativi hanno consentito l’acquisizione di gravi indizi in ordine a 5 condotte di recupero crediti presso imprenditori e commercianti che erano fatte ricorrendo a metodologie intimidatorie di stampo tipicamente mafioso, mediante evocazioni anche esplicite al Clan Riviezzi, destinatario di una percentuale degli introiti e, almeno in un caso, facendo ricorso all’uso di un’arma da fuoco.

Tali condotte, contestate a titolo di estorsione a seconda dei casi tentata o consumata, con le aggravanti del metodo e dall’agevolazione mafiosa, rivestono un arco temporale che va fino al mese di dicembre del 2020 la cui attribuzione a 9 dei 10 destinatari dell’ordinanza cautelare è stata possibile attraverso una certosina attività di riscontro delle dichiarazioni auto ed etero-accusatorie di un collaboratore di giustizia.

In due distinte occasioni il sodalizio risulterebbe essersi avvalso dell’apporto di persone che, seppur non facenti parte dell’organizzazione, sono risultate collegate a contesti di criminalità organizzata, come Massimo Aldo Cassotta, già condannato in via definitiva per associazione mafiosa quale appartenente all’omonima consorteria melfitana, e Felice Balsamo del Vallo di Diano, più volte processato per gravi delitti, come si legge nell’ordinanza della DDA di Potenza.

Il ruolo particolarmente attivo che nella gestione delle condotte estorsive risultano aver avuto Francesco Michele Riviezzi e Domenico Lamaina ed il loro grado di compenetrazione nel Clan Riviezzi ha consentito al Gip di ritenere fondata, allo stato delle indagini e a livello indiziario, la contestazione del reato di associazione mafiosa.

Tra le vittime delle condotte estorsive i gestori di una concessionaria di auto attiva tra le province di Potenza e di Salerno, il gestore di un bar di Potenza, un marmista di Matera, gli esercenti di un agriturismo a Tito e un imprenditore lucano attivo nel settore della macellazione. Quest’ultimo è stato raggiunto dalla misura degli arresti domiciliari applicata a suo carico per le reticenze e false dichiarazioni rese alla Procura della Repubblica, dichiarazioni che risulterebbero essere state rese per sviare le indagini e non infrangere i dettami omertosi della criminalità a cui risulterebbe vicino.

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