Intervista a Virgilio Gay, direttore generale della Fondazione Mida e autore del libro “Time is Money”





































virgilio gayL’appuntamento è alle Grotte dell’Angelo. L’incontro è con Virgilio Gay, attuale direttore generale della Fondazione Mida, esperto di economia e project management.
Virgilio Gay, nel suo libro “Time is Money”, guarda all’attuale crisi economica come prodotto di una crisi della modernità e propone una revisione, in senso umanistico, dell’attuale paradigma economico. Nello scenario proposto dall’autore emerge la necessità di un nuovo paradigma economico fondato sui principi dell’umanesimo che riscopra i valori della persona nella sua completezza e che accomuni la ricerca di benessere materiale dell’occidente con l’anelito spirituale dell’oriente.
I valori che l’autore definisce come pilastri di questo modello sono la mutualità, la cooperazione e il credito cooperativo.

  • D. – Quali sono le caratteristiche dello scenario economico contemporaneo che lei descrive in Time is Money?

R. – “La principale caratteristica dello scenario attuale è un’eccessiva finanziarizzazione dell’economia e una forte deregolamentazione dell’attività bancaria. Con il superamento del Glass-Steagall act si è dato avvio al superamento della distinzione tra banche di commercio e banche d’investimento, ciò ha portato a un intreccio di rischi differenti, con l’innesco del cosiddetto “effetto domino”.
Le funzioni di deposito dei risparmi dei cittadini e di erogazione del credito rendono le banche così importanti per la tenuta del sistema economico, politico e sociale, che non possono essere lasciate fallire come le altre aziende. Ma se lo Stato ha un chiaro interesse a sostenere le banche e queste possono liberamente assumere rischi anche eccessivi nelle attività di speculazione finanziaria, sapendo comunque di essere garantite da un intervento salvifico della comunità, si verifica un classico problema di “azzardo morale”. Finora i governi hanno raccolto e rimesso insieme i cocci –pagando il conto- della crisi delle banche private. Questa sorta di nazionalizzazione non ha però cambiato il modo di operare dei banchieri, per cui rischi di ogni tipo gravano ancora sui cittadini, direttamente o indirettamente. Siamo tutti noi ad essere così esposti al rischio: o in quanto risparmiatori, che possiamo perdere i risparmi nel caso in cui una banca fallisse, o in quanto contribuenti, quando è lo stato a salvare la banca in difficoltà”

 







  • D. – Ci sono delle alternative a questo scenario?

R. – “Ci sono certamente delle alternative. Sarebbe utile tornare a distinguere tra banche commerciali e banche d’affari. Riguardo a queste ultime, lasciarle libere di speculare, ma anche libere di fallire quando si trovano con i conti in rosso. Queste misure, insieme ad una regolamentazione più generale delle attività finanziarie e a un maggior controllo dei movimenti di capitali, rappresentano una delle “riforme strutturali” più urgenti per l’intero occidente”

  • D. – Lei scrive di un nuovo paradigma economico fondato sui principi dell’umanesimo, in cosa consiste?

R. – “Consisteste nel superamento dell’individualismo. Il liberismo, caduto in ombra dopo la crisi del 1929, ha riscoperto nuova luce a partire dagli anni ’80, con l’avvio della deregolamentazione finanziaria. “Meno Stato più mercato” è lo slogan che si è impadronito della cultura di governo degli ultimi anni. Questo processo ha condotto l’intera società globale verso l’affermazione del singolo individuo sulla dimensione collettiva della propria esistenza. L’individualismo è nemico della comunità.
Va ritrovato, invece, il senso del bene comune. In tale ottica diventano essenziali i valori di mutualità, cooperazione e credito cooperativo. Il credito cooperativo si fonda sulla centralità della persona, piuttosto che del capitale e, caso unico nel panorama creditizio italiano, conserva l’unicità di scopo sociale coniugato ad una efficace ed efficiente azione di amministrazione dei patrimoni”

 

  • D. – E la politica? Quale ruolo spetta alla politica in rapporto all’economia?

R. – “La politica deve riappropriarsi del suo primato sull’economia. Da tempo la politica ha rinunciato alla progettualità, appiattendosi su funzioni di carattere amministrativo, proprie dei tecnici. Ora deve riprendersi il ruolo a cui è chiamata, che non è quello di amministrare ciò che esiste ma quello di immaginare e costruire il futuro”.

Fabrizio Carucci – ondanews –

 

































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