Farmacia 3.0 – Frodi ed illegalità nell’assistenza sanitaria – A cura del dott.Alberto Di Muria



















Frodi e corruzione non solo rubano denaro destinato all’assistenza, agli ospedali, all’acquisto di medicine, ma sono un “virus” che mette a rischio la nostra salute. E’ quanto emerge dal rapporto “Illuminiamo la salute. Per non cadere nella ragnatela dell’illegalità”, realizzato da Libera, Avviso Pubblico, Coripe Piemonte e Gruppo Abele.

Tanto per cominciare, frodi e corruzione si concretizzano spesso in prestazioni sanitarie inutili, che possono essere addirittura dannose per i pazienti. Basti ricordare il caso di quella clinica in cui, come accertato dalla magistratura, venivano effettuate operazioni chirurgiche non necessarie per ottenere maggiori rimborsi dalla Regione. Ma si può trattare pure di casi in cui, per esempio, si utilizzino dispositivi medici privi della certificazione Ce, mettendo i malati a rischio di effetti indesiderati anche molto gravi. Corruzione e illegalità sono spesso correlate anche a cure inappropriate e a sprechi.

I settori più a rischio li ha individuati il rapporto “Corruzione e sprechi in sanità” realizzato da Transparency International Italia e Centro Ricerche e Studi su Sicurezza e Criminalità, nell’ambito di un progetto cofinanziato dalla Commissione europea e dal Dipartimento della Funzione pubblica. Secondo il rapporto, che ha esaminato un campione di recenti casi di corruzione in sanità oggetto di indagini giudiziarie, i comportamenti illeciti rientrano in cinque categorie: sanità privata; farmaci; liste di attesa poco trasparenti; nomine di primari, direttori generali e sanitari di Aziende sanitarie; appalti di beni e servizi. Nell’ambito della sanità privata, per esempio, si può cercare di “intervenire” per ottenere l’accreditamento con il Servizio sanitario di una struttura, anche se questa non è in possesso dei requisiti previsti. Oppure, si può “imbrogliare” con i DRG, cioè con i rimborsi regionali per le prestazioni.






C’è poi una forma di corruzione che condiziona l’accesso alle cure in base alle possibilità economiche del paziente, con l’attitudine a un uso illecito della libera professione intramuraria, l’attività a pagamento svolta dai medici degli ospedali al di fuori dell’orario di lavoro all’interno delle stesse strutture pubbliche.


 

























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